Il 17 marzo 1861, a Torino, fu proclamata la nascita del Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo sovrano. Sì, il re, Cavour e gli altri membri del Governo non ritennero opportuno che il capo del nuovo stato dovesse, per dovere, chiamarsi Vittorio Emanuele I, re d'Italia. Un particolare che, da solo, certifica ciò che, al di là dei sogni romantici di alcuni devoti patrioti, in realtà, era l'Unità d'Italia: un processo di annessione al Regno di Sardegna degli altri territori della penisola, con l'innesto delle sue istituzioni.
Con i plebisciti, le operazioni militari, compresa la spedizione dei Mille, la regia massonica e una certa accondiscendenza da parte delle potenze europee, si arrivò all'unificazione, almeno territoriale, dell'Italia, che ereditò una costituzione, lo Statuto Albertino (promulgato da Carlo Alberto, padre di Vittorio Emanuele) redatto in francese. Casa Savoia parlava, infatti, il francese o, in alternativa, lo stretto dialetto piemontese e dimostrò subito poca voglia di conoscere la reale situazione delle province sottratte al Regno delle Due Sicilie. Qui, fu fatta piazza pulita dell'identità locale; sottratta ogni ricchezza (si parla di 1500 miliardi di euro) per rimpolpare le finanze del regno Sabaudo, il più indebitato d'Europa; usata la forma più brutale di violenza per sottomettere i Meridionali restii a riconoscere la nuova autorità piemontese; imposte esose tasse; smantellato il sistema produttivo; occlusi tutti i canali di commercio con l'estero; introdotto il servizio di leva obbligatorio. Una colonizzazione perfetta e feroce, alla quale si opposero, nelle istituzioni, coloro che capirono le intenzioni votate alla rapina del Mezzogiorno e, in armi, i Briganti, le valorose formazioni partigiane, un paio di migliaia di uomini, che non riconoscevano il nuovo re e che, in circa dieci anni di accanita guerriglia, impegnarono un esercito a un certo punto forte di centoventimila effettivi. E furono stragi, esecuzioni sommarie, distruzioni di interi paesi e deportazioni.
Il Sud, divenne, così, terra di emigrazione e di sottosviluppo, bacino commerciale dove l'altra parte del Paese, quella che, sottratto il bottino borbonico, ha continuato ad arricchirsi, in seguito, anche con il lavoro degli emigrati meridionali, ha venduto e vende i suoi prodotti e servizi. Nonostante tutto, il Mezzogiorno è considerato la palla al piede della Nazione, un luogo negato alla civiltà, a cui è giusto sottrarre risorse, dove non vale la pena fare nulla e quello che si fa, lo si concede in forma quasi di elemosina. Un Paese minore ed assistito, al traino di quello dominante.
Le immagini del Capo del Governo nazionale con il fazzoletto verde della Lega nel taschino, il giorno dell'approvazione in Parlamento del federalismo municipale, votato anche dai parlamentari meridionali di centrodestra, hanno solo costituito l'ennesimo capitolo di una narrazione che pone, a tutti i costi, il Nord (e i suoi interessi come avviene da un secolo e mezzo) sopra il Sud; e i punti cardinali non c'entrano.
Stiamo perdendo un'occasione; non c'è il minimo sentore, nell'attuale ricorrenza, di voler parlare, a livello ufficiale, di quella storia taciuta e precipitata nell'oblìo; di come siano andate realmente le cose. Si preferisce il patriottismo a buon mercato, la citazione scontata delle gesta di uomini con la livrea sdrucita di eroi. Nell'Italia dominata dalle cricche, dall'affarismo di stato e dalla protervia delle orde leghiste non c'è posto per la verità; non ha cittadinanza l'omaggio a un Meridione eroico che a questo Paese, che proprio la Lega, partito di governo che ripudia il Tricolore e l'inno di Mameli, vuole fare a pezzi, ha donato tutto se stesso, pur avendo subito ogni sorta di mortificazione.
Celebriamo, quindi, un'Unità che molti considerano mutilata, perchè manca il coraggio di raccontare, e raccontarlo nei libri di storia nelle scuole, cosa avvenne nelle martoriate province meridionali dal 1860 in poi. La nuova sfida del Sud, e deve farlo da solo, è raccontare e raccontarsi la sua storia. Forse, servirà a tutto il Paese, per stare finalmente insieme.
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