Una crisi come quella attuale ha pochi precedenti nella storia della politica lucerina. Questo pensano i "commentatori più anziani", gente che ne ha viste di cotte e di crude e che conosce a memoria il pedigree politico della maggior parte di coloro che occupano un posto nell'aula del Consiglio comunale e, ovviamente, dei santoni che muovono i fili, dettano strategie, argomentano di alleanze, pongono veti. Persone con le mani in pasta che, duole dirlo, condizionano la vita della città e animano, la sera, con gli altri, i capannelli in piazza Duomo, senza moderare il tono della voce, in dialetto, gesticolando come si fa al mercato per vantare la mercanzia.
Piazzandosi in qualsiasi punto del "salotto di pietra" (orribile definizione), un buon microfono ultradirezionale puntato a dovere, si potrebbe captare con facilità il diluvio di parole che profonde da quelle bocche, l'aria distorta che tracima da quelle gole, i pensieri ossessivi che rimbalzano da quegli occhi, tanto urlano, tanto si agitano. E non per fare gli 007 di paese.
L'esperimento sarebbe utile per mettere insieme un ricco campionario di suoni letali, un blob appiccicoso della parola, un baratro lessicale da ascoltare e riascoltare per fissarlo nella memoria. In questa enciclopedia rovesciata, tuttavia, la città, Lucera, cerca risposte al proprio destino; affida la sua sorte di prigioniera a promesse scritte sulla sabbia. Ma, quello che non vede è l'epitaffio di una tomba in cui, lentamente, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, getta se stessa.
Riflessioni balzane dopo una passeggiata in piazza Duomo, martedì 7 ottobre 2008.