Quanti drammi, quanto dolore spremuto da questa terra, e quanti angoscianti interrogativi davanti a noi. Parlare di quello che è accaduto durante le ultime settimane, e solo poche ore fa, è difficile e ci porta a guardare in faccia una realtà che sembra opprimerci. Ci chiediamo come sia stato possibile arrivare a tanto. La nostra città sta pagando un prezzo altissimo alla maledetta crisi che tutto ingoia, ma è, da tempo, messa spalle al muro anche dai disvalori che hanno trasformato le condizioni di vita dell'intera comunità. C'è la percezione che siano stati costruiti muri che ci separano gli uni dagli altri. C'è una siccità dell'anima.
Siamo intenti a fare tutto, a cercare di capire ogni cosa, a misurarci in una esasperante gara quotidiana su chi è più alla moda, più tecnologico, più motorizzato, più intelligente, più performante, più ricco, più bello, più connesso, più in carriera e non ci accorgiamo che siamo prigionieri, in definitiva, di un mondo finto e spietato, che come un frullatore ha maciullato i fondamenti del vivere insieme, trasformandoci in creature che coesistono e non convivono, annegate dall'incomunicabilità.
Parliamo, eppure siamo muti; ascoltiamo, però non comprendiamo; passiamo il tempo a dimenticarci, presi come siamo dalla sbornia di cinismo, indifferenza, egoismo. I più deboli rimangono indietro e, soli, disperati, si perdono.
Restiamo umani, ha detto qualcuno; e restiamolo davvero, c'è da aggiungere, riscoprendo, tutti, il senso della responsabilità, per guardare in faccia, senza ipocrisia, chi ci sta vicino.