Era proprio Sgarbi, lo Sgarbi che abbiamo visto sul palco del teatro dell'Opera.
Uno Sgarbi esagerato, tracimante; uno Sgarbi al quadrato o, forse, al cubo. Atterrato nel bel mezzo della campagna elettorale di Lucera con il suo nome stampato sul logo di una lista civica, il controverso critico d'arte ha dato fondo al suo repertorio di personaggio double face.
Uno Sgarbi in carne, ossa e parolacce, tante parolacce, sparate in faccia anche a coloro le cui delicate orecchie sono allergiche persino alle genuine espressioni proferite in dialetto lucerino; Grillo avrebbe fatto la figura del chierichetto al confronto.
Uno Sgarbi lanciato come un camion a 200 all'ora in discesa, che ha rinnovato il suo antico rapporto con i simpatizzanti locali, "i lucerani", quasi una specie aliena giunta da un pianeta lontano.
Sì, dio delle iperboli, ha parlato di una Lucera città più bella di Foggia (ci vuole poco) e di Bari; Lucera, una "capitale" che deve diventare patrimonio dell'umanità. Uno Sgarbi accelerato, supersonico, che, però, ha planato, lieve, sulla pittura di Giuseppe Ar, ritornando (giustamente) a tessere le lodi del pittore lucerino come fece nel novembre del 1998 al Museo Fiorelli - noi c'eravamo - e magnificando (giustamente) l'opera di Emanuele Cavalli, anche'egli pittore, e quella di suo fratello Giuseppe Cavalli, fotografo, del quale ha "preso in prestito" tre scatti incorniciati dalle pareti del "Circolo dell'Unione" e li ha portati al teatro dell'Opera, reggendoli sottobraccio, mentre teneva per mano una giovane dai lunghi capelli.
Era proprio Sgarbi, quello che ha duettato con Michele Emiliano, primo cittadino di Bari e maggiorente del Pd, ex magistrato e rampollo di una "famiglia vicina al Msi", il sindaco del "o si fa come dico io o si fa come dico io".
Era proprio Sgarbi, quello che ci offerto la sua personalissima (per noi una bestemmia) versione della storia del Novecento, in cui spicca Benito Mussolini come miglior statista del secolo; Giuseppe Bottai, il fascista eretico, ma accanito sostenitore delle leggi razziali, miglior ministro; la Dc, qualcosa di molliccio, e Bettino Craxi, il primo dei nuovi, fino a Matteo Renzi, visto come l'erede legittino del Duce; e Berlusconi è venuto al mondo da un parto anale Di Pietro. Grandi applausi, manco a dirlo. Alcuni ex comunisti, ormai molto ex, sprofondavano nella poltrona di velluto azzurro. Chissà, forse pensavano di trovarsi al raduno di reduci della Rsi più che ad una convention elettorale.
Era proprio Sgarbi, grande istrione, quello che abbiamo visto e ascoltato al teatro dell'Opera, lui re del trash, che brandisce il leggendario "capre capre capre" come un manganello. Era Sgarbi, Vittorio Sgarbi, quel tizio in manche di camicia che ha addolcito il turpiloquio lanciando zollette di zucchero impastato di slogan ad uso e consumo della vanagloria dei "lucerani". Era lui, al teatro dell'Opera, il cattivo Sgarbi, novello "portavoce di Lucera" (se vincono le elezioni), il più detestato, sincero nella sua insincerità, reduce decadente di un'Italia "finita in tòcchi" (come disse Vittorio Emanuele III a Mussolini il giorno che il capo del fascismo fu arrestato), ma pur sempre il migliore tra i tanti peggiori che lo applaudono e ai quali ama accompagnarsi.