Pasquale Dotoli continua a sfogliare la margherita, ritiro delle dimissioni sì, ritiro delle dimissioni no, e la città non smette di sentirsi presa in giro dalle sconsiderate performance della classe politica che si è scelta, particolare che non deve essere trascurato. Persino molti (non tutti) di quelli che hanno dato il loro voto agli acrobati che volano sotto il tendone di Palazzo Mozzagrugno, sponda centrodestra, considerano, oggi, un abbaglio quella croce tracciata nel chiuso della cabina elettorale.
Sic transit gloria mundi, direbbe un signore che di rogne in questi giorni ne conta più di quelle di tutti i lucerini messi assieme. I tempi cambiano, è vero, ma gli eletti si sono dati molto da fare perchè in queste contrade il barometro arrivasse a segnare tempesta.
C'è una nebulosa di vassalli, valvassini, valvassori, per tacere di altro, che ingolfa la città; un ceto, con i suoi manutengoli, che declina una politica feudale tesa alla proprietà del territorio piuttosto che a rappresentarlo. L'orizzonte dei problemi collettivi è bello e dimenticato, per questa gente, già il giorno dopo il responso delle urne. Come a dire, passata la festa gabbato lo santo!
Ma, mentre Lucera è, ancora una volta, impiccata alla corda dell'amletico Dotoli, non possiamo non considerare i segnali lanciati dalle iniziative che i cittadini hanno preso e stanno prendendo. Si pensi, per esempio, al movimento per la difesa del Castello o al comitato costituitosi per la salvaguardia dell'ospedale Lastaria.
I giovani, insomma, hanno imboccato la corsia di sorpasso sull'agire del pachidermico Palazzo, frenato da mille catene.
Dotoli tenga a mente che, al di là della connotazione politica, c'è voglia di partecipazione, ma con un alfabeto diverso.
Perciò, nel prendere quella decisione, sia la Città, se lascia o se rimane, sotto la sua responsabilità, a trarne giovamento.
Il monologo di Amleto (W.Shakespeare)
Essere o non essere, questo è il problema.
Se sia più nobile sopportare
le percosse e le ingiurie di una sorte atroce,
oppure prendere le armi contro un mare di guai
e, combattendo, annientarli.
Morire, dormire.
Niente altro.
E dire che col sonno mettiamo fine
al dolore del cuore e ai mille colpi
che la natura della carne ha ereditato
È un epilogo da desiderarsi devotamente.
Morire, dormire.
Dormire, forse sognare: ah, c'é l'ostacolo,
perchè in quel sogno di morte
il pensiero dei sogni che possano venire,
quando ci saremo staccati dal tumulto della vita,
ci rende esistanti.
Altrimenti chi sopporterebbe le frustate e lo scherno del tempo
le ingiurie degli oppressori, le insolenze dei superbi,
le ferite dell'amore disprezzato,
le lungaggini della legge, l'arroganza dei burocrati
e i calci che i giusti e i mansueti
ricevono dagli indegni.
Qualora si potesse far stornare il conto con un semplice pugnale,
chi vorrebbe portare dei pesi
per gemere e sudare
sotto il carico di una vita logorante
se la paura di qualche cosa dopo la morte,
il paese inesplorato dal quale nessun viandante ritorna,
non frenasse la nostra volontà,
facendoci preferire i mali che sopportiamo
ad altri che non conosciamo?
Così la coscienza ci fa tutti vili
e così il colore innato della risolutezza,
lo si rovina con una squallida gettata di pensiero
e le imprese d'alto grado e il momento,
proprio per questo, cambiano il loro corso
e perdono persino il loro nome di azioni.