L'Italia è passata attraverso un'altra tragedia; ha assistito a un altro funerale, che ne contiene centinaia. La Capitanata piange otto vittime. Bare, tante bare e tanto dolore. Dolore di famiglie, dolore di un popolo, dolore di una terra. Ma anche rabbia, perchè molti edifici crollati, relativamente recenti, erano stati tirati su senza la minima osservanza dei criteri antisismici.
Anche da noi la terra ha tremato e percepire quelle scosse, oltre che innescare l'ansia e la paura per quello che sarebbe potuto accaderci o stesse accadendo altrove ad altra gente, ci ha riportato ai ricordi di eventi simili. Ogni volta è così, automatico. La terra che trema, il fremito che investe ogni cosa squarciano la crosta di sicurezza che il tempo sedimenta sulla nostra quotidianità. Sopraggiunge, improvvisa, una forza incontrollabile, spietata, gettandoci nel terrore e al cospetto di immagini di una memoria dolorosa. L'Abruzzo, San Giuliano di Puglia, l'Umbria, l'Irpinia, il Friuli, il Belice e via via più indietro nella stessa catastrofe, nello stesso baratro. I volti stanchi dei soccorritori, quelli angosciati di chi teme il peggio per i propri cari dispersi, le mani che scavano e non si arrendono, esistenze sconvolte e raccolte solo sotto una coperta, al freddo, le bare allineate sono scene senza tempo di un film infinito, che riemergono con forza.
Una narrazione ricorrente, vista la sismicità del nostro Paese, riverberata dalle immagini della televisione, cinica e invadente, mentre fruga nel dramma.
Il terremoto ci mette di fronte alla nostra fragilità, alla provvisorietà delle nostre vite, e anche alla nostra ipocrisia. La Natura ci ricorda chi comanda e non fa sconti, ma non si accanisce perchè è lontana dai pensieri del mondo; distrugge ma non toglie. Quello, sanno farlo bene solo gli uomini, costruendo case fragili, dimenticando le promesse sulla ricostruzione, abbandonando i sopravvissuti, privilegiando gli interessi di parte, versando finte lacrime. Fino alla prossima tragedia.