Vivere con niente; vivere di niente, se per niente intendiamo quello che la società non riesce a dare quando una vita è travolta da difficoltà sempre più grandi. E quel niente è l'orizzonte in cui bisogna, comunque, trovare da mangiare, da scaldarsi, da dormire, da vivere. Senzatetto, clochard, barbone, homeless, tanti i modi per esprimere una sola disperazione, quella di non avere un posto da chiamare "casa", un luogo dove il cuore non si senta sperduto, uno spazio in cui il sopraggiungere della notte non dia i brividi.
Il niente, dicevamo, il non avere, ciò in cui è immerso un uomo, un nostro concittadino, che ha deciso, o è stato costretto, non lo sappiamo, a trovare riparo in un anfratto nei pressi del cimitero, in un budello di cemento per il deflusso dell'acqua piovana con vista su una vasta quantità di rifiuti abbandonati. Una "casa" che per "porta di ingresso" ha una tendina lacera, giusto per porre un limite, a difesa di un'intimità, che, nonostante i rigori di un'esistenza caduta in pezzi, chiede ancora rispetto.
Ci auguriamo che anche il nostro appello serva a determinare l'intervento di chi, a livello istituzionale, può strappare quell'uomo alla disperazione.