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Cercasi Obama disperatamente
 
La vittoria di Barack Obama alle presidenziali americane ha investito il mondo di gioia; il primo presidente di colore degli Stati Uniti rappresenta la speranza e non solo per milioni di suoi connazionali che non ne potevano più di Bush, il peggior inquilino della Casa Bianca degli ultimi settant'anni. Con Obama cade un muro; a capo della super potenza egemone del pianeta arriva un uomo che è erede, in parte, essendo mulatto, di una fetta della società americana che per lungo tempo ha subito ogni tipo di sopruso, angheria, ingiustizia.
Non sappiamo quanto sapore di vendetta la comunità afro-americana riconosca in questo straordinario evento, ma siamo certi che le storiche parole, parole di orgoglio, ma di pace, pronunciate a Washington, il 28 agosto 1963, da Martin Luther king, oggi almeno, trovano attuazione per la forza del cambiamento che ha investito l'elettorato americano. Quel sogno, "I have a dream", è possibile, lo ha detto anche Nelson Mandela.
Quella di Obama è un'elezione fortemente moderna, perchè ha utilizzato in pieno le nuove tecnologie per far sentire la sua voce e, soprattutto, perchè assurge a simbolo di unità in un paese in cui vive sono ancora le divisioni e le diseguaglianze.
L'euforia che si prova oggi, ci riferiamo a coloro che si sentono emotivamente coinvolti da questo evento, è ovvio, ci porta a pensare se anche noi, nel nostro piccolo di comunità di provincia oberata di problemi, saremo in grado di fare nostro quel "Yes we can", al di là del colore politico, per uscire dal pantano in cui affondiamo. Sognando un Obama di casa nostra, dovremmo, intanto, cominciare a delineare i reali contorni del nostro ruolo nella società, mettendo da parte gli egoismi che foraggiano certi personaggi, colpevoli della siccità civile che ci opprime. Siamo di fronte a un bivio; è inutile negarlo. Da una parte la strada che porta all'inferno; dall'altra quella che conduce al reale cambiamento, alla responsabilità; che significa essere buoni cittadini; che significa aver voglia di partecipare al futuro della propria città, senza delegare agli altri e, soprattutto, a chi pensa solo ai propri interessi. E' un processo difficile, ma che, tuttavia, non dobbiamo e non possiamo negarci.           


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